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Chi siamo laici associati, amici, collaboratori
Insieme alle Suore della Carità ci sentiamo chiamati dal carisma di santa Giovanna Antida Thouret
Viviamo il Vangelo della carità nello stile del servizio, secondo la nostra vocazione

Da vedere, perché...

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Da leggere, perché...

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Condividere cose, tempo, vita, un senso del vivere civile perché tutti siamo parte di una comunità. La Comunità Papa Giovanni XXIII fondata nel 1968 da don Benzi che ha tra i suoi obiettivi “garantire 7 milioni e mezzo di pasti alle persone aiutate nelle sue oltre 500 realtà di accoglienza”, dalle mense per i poveri ai centri nel pianeta. La Comunità vuole andare oltre la semplice assistenza, spinge per andare “oltre il principio della sharing economy e arrivare alla sharing humanity”.

Di questi temi, come di accoglienza e riconoscimento dei bisogni, parla l’agile libretto #iosprecozero. Idee e consigli per restituire alle cose il loro giusto valore (61 pagine, a offerta libera) della Comunità, parte di un cofanetto con due volumi che lo hanno preceduto negli anni passati. Ne parla il presidente dell’associazione Marco Panzetti. Per acquistare online clicca qui



#iosprecozero: da cosa nasce questo libro?
Questi tre libretti sono nati in maniera particolare. La comunità di Papa Giovanni organizza una raccolta fondi nelle piazze, “Un pasto al giorno”, per sensibilizzare intorno alla grande ingiustizia di morte per fame. Il primo dei tre volumetti era legato allo spreco del cibo, delle cose, ma fin dal primo anno si è trattato anche di una riflessione sullo spreco del tempo e poi della vita.

Tempo e vita”: si parla di termini filosofici?
Esatto ma la nostra è una piccola riflessione, senza arroganza, in cui si riassume un modo di pensare su questi temi della Comunità Papa Giovanni. Quest’anno pensiamo di chiudere il ciclo. Abbiamo sentito tanto parlare di sharing economy che parla di business, di cose, ma l’uomo oggi ha bisogno di condividere altro. Perciò abbiamo coniato la sharing humanity: è la volontà di mettere in comune qualcosa in più. La cosa determinante per noi è non fare solo una raccolta fondi e dare la possibilità di sostenere importanti progetti: vogliamo creare un cambiamento di pensiero e rimuovere cause che producono emarginazione e bisogno.

Diseguaglianze e spreco vanno di pari passo?
Sì. Quando isoliamo o quando discutiamo a comportamenti stagni abbiamo una visione limitata. Parlare di morte per fame di due terzi umanità dovrebbe portarci a guardarci dentro, a vedere quanto sprechiamo: con piccole correzioni che ci coinvolgono nel quotidiano forse possiamo creare cambiamenti, invece ne sentiamo parlare come se fosse problema di qualcun altro.

Ci fa un esempio?
Nei primi due libri abbiamo detto come organizzare il frigorifero, come gestire la quotidianità, le ricette, suggeriamo un atteggiamento che nasce dalla volontà dentro casa nostra, siamo entrati in dettagli su alcuni progetti che passano totalmente sotto silenzio.

E in questo volumetto?
Ricordiamo le cooperative sociali: non creano solo lavoro ma nascono in un sistema lavorativo fiscale, creano precedenti che potrebbero essere assimilati dall’artigianato e dall’industria. La persona svantaggiata in certe condizioni può diventare produttiva ed è un cambiamento per tutti, ci aiuta a uscire dal nostro egocentrismo ed egoismo quando siamo concentrati sui nostri bisogni.

In qualche modo viene da pensare a Greta Thunberg: una figura come la giovane attivista per l’ambiente può servire?
Sono manifestazioni quasi profetiche che qualcuno scuota coscienze. Serve un’analisi complessiva da parte degli organi stampa a non trattare solo la notizia, ma ad approfondire. Il nostro libretto è cosa piccola rispetto a quanto fa questa mirabile ragazza. Rispetto a tutto il discorso dell’ambiente il nostro atteggiamento profondo resta il non dare valore alle cose, il gettarle senza alcuna condivisione: manca la capacità di condividere, se non cambia questo atteggiamento sollecitazioni come la nostra non hanno seguito. Chi è cristiano dovrebbe vivere la terra come dono e i doni non si sprecano.

Tra i cristiani in Italia e altrove c’è una spaccatura profonda: molti sono con Papa Francesco, che è per l’accoglienza e contro lo spreco; altri cristiani, forse più numerosi, vorrebbero buttarlo giù.

A volte prendiamo spunto da questioni personali e non accogliamo quanto è stato detto. Alcuni valori non appartengono solo ai cristiani. Ho fatto l’esempio dei cristiani perché dovrebbero vivere come dono la terra: che lo dica il Papa o qualcun altro non credo cambi. Non è un argomento facile. Essere cristiani significa alcune cose, che ci sono dogmi che vanno rispettati. La religione cristiana non può essere variata a modello personale, viene meno la testimonianza, non può essere simpatia con quel cardinale a decidere, i cristiani per primi sono malati di relativismo. I Vangeli sono quei quattro non se ne può scrivere un altro. La frase del Papa sullo spreco è espressione più cruda dello scarto e scartare cibo è scartare persone: questa frase va condivisa da tutti. Se qualcuno vuol farla diventare irrealista perché l’ha detta Papa Francesco che dobbiamo dire?

Un altro principio difeso dal Papa, per il quale viene contestato da parte dei cristiani, è l’accoglienza.
È un principio, un valore. Il commercio delle porte blindate è significativo e dimostra un chiudersi in contrasto con il condividere: questo fenomeno ci dà la sensazione di quanta incomprensione crei la solitudine. Eppure ci sono valori cardine con i quali tutti dobbiamo fare i conti, anche nella quotidianità. Stamani parlavo con una mamma: ha un bimbo e vive in una città dove non ha parenti ma non può condividere il figlio con nessuno perché nessuno la aiuta. Questo fa sì che viva male il bellissimo momento della maternità. Se avessimo una società a misura d’uomo invece di porte che ci sbarrano dentro sarebbe diverso. La sharing economy fondamentalmente ci chiamava a condividere cose, competenze, macchine, moto, bici, monopattini che non ci appartengono mai, ma non siamo capaci di condividere noi stessi.

Cioè?
Non solo condivido le cose esterne in base a tariffe e orari, sono i rapporti sociali che cambiano la vita. Se interpretassimo il concetto solidarietà arriveremmo al concetto condivisione: se accettiamo l’altro riusciamo a discutere, si scatena un processo molto diverso da quello che abbiamo oggi. Dai miei 60 anni vedo gente sempre più capace di intervenire e meno capace di ascoltare: nessuno chiede perché hai fatto quella determinata cosa, cosa sta dietro quell’atteggiamento.

Gli AJA nel mondo

2019 Esce il Documento Base
Incontro Internazionale 2018
2015 AJA in Capitolo
La Tovaglia degli AJA
Gruppo Promotore 2013
2010 Laici al Capitolo
Incontro internaz. 2007
Tema capitolare 2005
Roma 2002
USA
Italia
Francia
India
Ciad
Medio Oriente
Indonesia
Siria
Paraguay

Dal Libro della Vita

Santa Giovanna Antida Thouret

IL CORAGGIO DELLA CARITÀ

Nella famiglia Thouret, dove ci sono già tre figli maschi, Jeanne-Antide viene alla luce il 27 novembre 1765 a Sancey-Le-Long, un paese della Franca Contea, in Francia, ed è battezzata lo stesso giorno.

1765 LA PRIMA FIGLIA

Le viene dato il nome della madrina.

Gli anni della sua infanzia e giovinezza trascorrono all’insegna della normalità, ma si rivelano determinanti per il suo futuro: vive in una famiglia numerosa dove i valori umani e cristiani sono prioritari, una famiglia provata dalla sofferenza a causa della lunga malattia della madre e dei rapporti tesi e spesso conflittuali per la presenza in casa di una sorella del padre, non sposata e dal carattere difficile.

A 16 anni, Jeanne-Antide perde la mamma ed eccola madre della numerosa famiglia, alle prese con una zia che contesta le responsabilità affidatele dal padre.

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Santa Giovanna Antida Thouret

La sua testimonianza spirituale

Dio Solo - La Chiesa - I poveri

Jeanne-Antide era una donna dal carattere forte, fin da giovane abituata all'esercizio della responsabilità prima in casa, poi nelle scelte della sua vita.

Novizia e giovane suora, non defletté mai dall'orientamento fondamentale, non fu mai accomodante nella sua vita religiosa.

Nelle scelte drammatiche della Rivoluzione ebbe un senso della Chiesa vivissimo: nel paese natale affrontò a viso aperto i rappresentanti della Rivoluzione.

Esule con i Solitari del p. Receveur, seppe allontanarsi e affrontare un durissimo viaggio in un paese straniero, sostenuta solo dalla sua fede e dalla sua determinazione.

Fin dall'origine della sua comunità dovette operare scelte difficilicui mai intese sottrarsi. In tutta la sua vita dimostrò intelligenza, larghezza di vedute, forte sensibilità, ma anche un maturo senso materno.

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La sua testimonianza spirituale

San Vincenzo de' Paoli

LA SCUOLA DELLA VITA 

Terzo dei sei figli di Jean e Bertrande de Moras, Vincenzo nasce nell'aprile del 1581 a Pouy, un villaggio vicino Dax, nelle Lande della Guascogna, nel sud-ovest della Francia. 

Le origini contadine del ragazzo lo portarono ben presto a doversi occupare dei porci e delle greggi della famiglia, fino a quando, accortisi delle sue capacità intellettive, i genitori decisero di farlo studiare affidandolo, nel 1595, ai francescani del vicino convento di Dax.

Vincenzo studiò dai francescani solo pochi mesi perché, forse su raccomandazione dei frati, si guadagnò l'insperato interesse di un protettore,il signor de Comet, avvocato di Dax e giudice di Pouy che lo accolse in casa come precettore dei suoi figli e lo convinse ad intraprendere gli studi ecclesiastici.

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San Vincenzo de' Paoli

Il suo profilo apostolico

Evangelizzatore della campagne

Formatore del clero

Padre dei poveri

Innovatore della vita religiosa femminile 

 

Quando Vincenzo de’ Paoli si affacciò alla vita (1581-1660), era uno dei tanti contadini del suo tempo. Non aveva sangue blu nelle vene, la sua era una cultura che non gli permetteva di scrivere grandi opere, ogni carriera gli era preclusa.

Eppure, mentre tanti si domandavano il perché delle cose, egli capovolse i valori vigenti, chiedendosi: “Perché no?” Perché non si può cambiare, innovare, migliorare?

Fu questa la sua domanda e la missione, il carisma della carità furono la sua risposta coraggiosa a questa domanda.

Con la sua azione e la sua sensibilità cambiò il modo di sentire le cose, tanto che dopo di lui la Chiesa il mondo non furono più gli stessi. Inventò un nuovo ruolo della donna, mise al centro della vita l’uomo con i suoi bisogni e le sue speranze. Non inventò la carità, ma la scoprì in seno alla Chiesa e la collocò ai vertici dell’interesse del mondo.

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Il suo profilo apostolico

Santa Agostina Pietrantoni

PATRONA degli INFERMIERI d'ITALIA

Una suora pronta, umile, ilare

 

Il più antico ospedale di Roma, il Santo Spirito, si trova a pochi passi dal Vaticano.

A pochi passi dal luogo dove furono giustiziati i primi martiri cristiani e lo stesso san Pietro. Tra queste mura sono passati grandi santi, per visitare e confortare gli ammalati: Filippo Neri, Carlo Borromeo, Giuseppe Calasanzio, Vincenzo Pallotti, Giovanni Bosco.

E qui ha trovato la morte, e la gloria, una serva dei poveri, che il 18 aprile 1999 il Papa Giovanni Paolo II ha elevato all’onore degli altari e che la Conferenza Episcopale Italiana ha dichiarato Patrona degli Infermieri d’Italia, il 20 maggio 2003.

Suor Agostina, al secolo Livia Pietrantoni, fu uccisa al Santo Spirito il mattino del 13 novembre 1894 da un malato di tubercolosi, Giuseppe Romanelli.

Un episodio tragicamente casuale, all’apparenza. Il gesto di uno squilibrato, si direbbe. Ma per il popolo di Roma, che sa riconoscere i santi, non fu così, fin da subito.

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Santa Agostina Pietrantoni

La sua spiritualità

PER GESÙ, TUTTO È POCO

Il profilo biografico di Suor Agostina Pietrantoni, una giovane donna umile, mite, ilare, ci offre l'occasione di conoscere questa Suora della Carità che, nella semplicità della sua vita quotidiana, ci ripropone in tutta la sua forza il perenne messaggio evangelico di Gesù: "Amatevi come io vi amo".

La vita di Suor Agostina si svolge come una liturgia: due tempi “ordinari” un tempo “forte”.

Il primo tempo “ordinario” è quello della sua esistenza di ragazza di paese: semplice, modesta, laboriosa, cristiana fedele. Come tante sue amiche. Eppure più delle altre creava intorno a sé serenità, sicurezza, luce di bontà. Tutti lo avvertivano.

Il secondo tempo ordinario è rappresentato dagli otto anni di vita religiosa:

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La sua spiritualità

Beata Nemesia Valle

“…IL CUORE DI SUOR NEMESIA!”

Giulia Valle nasce ad Aosta il 26 giugno 1847, donando tanta felicità a una coppia giovane e benestante di Donnas che aveva già perso prematuramente i due figli precedenti.

Anselmo Valle e Maria Cristina Dalbard, suoi genitori, la conducono al fonte battesimale il 26 giugno 1847, presso l'antica collegiata di Sant' Orso e la chiamano Maddalena, Teresa, Giulia.

Segue la nascita di Vincenzo. La sua infanzia trascorre serena, tra il lavoro di modista della mamma e i viaggi e i commerci del padre.

Animata da un profondo senso religioso, Maria Cristina Dalbard ispira ai due figli, accanto ad una visione serena della vita, anche un’autentica apertura verso gli altri e un’indole generosa che orientano il temperamento particolarmente vivace e luminoso e la naturale curiosità della piccola Giulia.

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Beata Nemesia Valle

Il suo itinerario spirituale

GUIDA E DIRETTRICE SPIRITUALE

ESPERTA DI UMANITÀ

 

Tratteggiare il profilo spirituale di suor Nemesia non è facile: il suo volto esprimeva calma, pace, infondeva serenità, anche quando il suo animo era in subbuglio.

E tutta la sua esistenza non fu che la somma di tante cose normali, occupazioni ordinarie, faccende comuni, compiti per nulla esaltanti. Sbaglierebbe chi cercasse nella vita dell’umile suora valdostana eventi straordinari, fatti e vicende che attestano un cammino religioso condotto all’insegna dell’eccezionalità.

La testimonianza spirituale di suor Nemesia si sviluppa, viceversa, nell’ordinario, privilegia la dimensione della quotidianità.

La sua vita è un forte messaggio di umiltà e di carità: la sua fedeltà al carisma, la dedizione alle novizie e alle consorelle vanno intimamente legate al suo amore per la Chiesa, che si manifesta nel suo ardente spirito missionario e nella sua generosa e lieta disponibilità a servire tutti nella Chiesa.

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Il suo itinerario spirituale

Beata Enrichetta Alfieri

BEATA ENRICHETTA ALFIERI

“La Mamma" di San Vittore

una donna per la vita, la libertà e la carità

Per i detenuti milanesi e i loro familiari era “l’angelo di San Vittore”. Ma all’impegno in carcere suor Enrica Alfieri c’era arrivata per caso, o meglio, per provvidenza.

Poiché, in realtà, la sua vocazione era la missione educativa nell’asilo infantile curato a Vercelli dalle Suore della carità di santa Giovanna Antida Thouret, fra le quali era entrata nel 1911, a vent’anni di età.

Era, infatti, nata a Borgo Vercelli il 23 febbraio 1891.

A soli 28 anni si ritrovò ammalata del morbo di Pott e fu costretta a lasciare la scuola.

Per quattro anni restò immobile a letto, soffrendo «con dignità, amore, dolcezza e fortezza», come scriveva alle consorelle.

Da un viaggio a Lourdes riportò a casa una bottiglia di acqua benedetta, che iniziò a bere quotidianamente con fiducia.

E il 25 febbraio 1923, dopo aver invocato la Madonna, sentì l’ordine: «Alzati».

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Beata Enrichetta Alfieri

Il suo profilo spirituale

“Soffrirò, lavorerò e pregherò per attirare anime a Gesù” 

Suor Enrichetta è una figura che interpella non solo le Suore della Carità, ma ogni donna, ogni cristiano   impegnato anche civilmente e politicamente.

Ha saputo essere donna e religiosa, in termini intelligenti e propositivi, assumendo anche responsabilità civili, oltre che religiose, ponendosi in dialogo con la differenza.

In suor Enrichetta emerge una personalità ricca di doti sul piano umano e cristiano

In particolare:

  • una intelligenza vivace ed intuitiva, come è dimostrato dal curricolo dei suoi studi, dalla sua capacità di assolvere con creatività e competenza i compiti a lei assegnati dai Superiori, dalla abilità con cui sa impostare e portare felicemente a termine le molteplici pratiche amministrative e legali relative alla sua funzione direttiva della Sezione Femminile del Carcere San Vittore; come è ancora dimostrato dalla qualità del suo epistolario e dagli scritti vari, i quali, pur nella loro occasionalità, rivelano sensibilità, intuizione e profondità di pensiero;

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Il suo profilo spirituale