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Viviamo il Vangelo della carità nello stile del servizio, secondo la nostra vocazione

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Evangelizzatore della campagne

Formatore del clero

Padre dei poveri

Innovatore della vita religiosa femminile 

 

Quando Vincenzo de’ Paoli si affacciò alla vita (1581-1660), era uno dei tanti contadini del suo tempo. Non aveva sangue blu nelle vene, la sua era una cultura che non gli permetteva di scrivere grandi opere, ogni carriera gli era preclusa.

Eppure, mentre tanti si domandavano il perché delle cose, egli capovolse i valori vigenti, chiedendosi: “Perché no?” Perché non si può cambiare, innovare, migliorare?

Fu questa la sua domanda e la missione, il carisma della carità furono la sua risposta coraggiosa a questa domanda.

Con la sua azione e la sua sensibilità cambiò il modo di sentire le cose, tanto che dopo di lui la Chiesa il mondo non furono più gli stessi. Inventò un nuovo ruolo della donna, mise al centro della vita l’uomo con i suoi bisogni e le sue speranze. Non inventò la carità, ma la scoprì in seno alla Chiesa e la collocò ai vertici dell’interesse del mondo.

In lui non c’è solo il “santo”. C’è anche un secolo, un popolo, un paesaggio. C’è una vita. C’è una Chiesa. C’è Dio.

Siamo nella Francia del Seicento, caratterizzata da guerre e da lotte politiche, da carestie ed epidemie, dalla miseria spaventosa delle popolazioni, soprattutto nelle campagne. Lo Stato francese non solo non se ne preoccupava, ma la sua politica era tesa ad “innalzare il nome del Re sulle nazioni straniere”. E ciò condusse la situazione economico-sociale a livelli tragici: numerosi i mendicanti, i vagabondi, i bambini abbandonati; la mendicità nel Seicento costituisce un problema angoscioso e inquietante. Elevata la mortalità infantile: il 50% dei bambini muore prima dell’anno di vita. Squallida la situazione negli ospedali, nei quali sono rinchiusi i poveri e i vagabondi, ritenuti veicoli di malattie, di disordini, di immoralità. Inumano il trattamento riservato ai carcerati. Il contadino francese, che vive nella miseria e patisce la fame, è oppresso da pesi di ogni genere, taglie, gabelle, decime, corvées che provocano furiose rivolte nelle campagne. Bassa la produttività legata alle tecniche agrarie arretrate, alle inclemenze atmosferiche (anni di gelate, inondazioni, siccità) per le razzie dei banditi, per gli alloggiamenti e i passaggi di truppe durante la Guerra dei Trentanni, che producono carestie e queste a loro volte epidemie e pestilenze.

 Vincenzo condensò questa desolante realtà nella nota frase: “Il povero popolo muore di fame e si danna”.  Inoltre, in quel tempo, il povero non era considerato come un Cristo da rivestire (s. Martino) o da aiutare a guadare il fiume della vita (s. Cristoforo): il povero rappresentava — secondo gli studiosi - la “grande paura” del secolo.

 Contemporaneamente, la Chiesa francese era scossa dall’eresia, rifiutata per l’opulenza e la mondanità di vescovi e prelati, per la decadenza del fervore e gli scandali nei monasteri di  clausura e per l’ignoranza e l’immoralità di parroci e sacerdoti. Qualche vescovo illuminato aveva cercato di dar vita a  gruppi di vergini consacrate dedite  ai poveri, ai malati, agli analfabeti, agli orfani. Ma si era scontrato irrimediabilmente con la mentalità del tempo: impensabile una monaca al di fuori della tutela della clausura, ritenuta indispensabile per custodire la fragilità femminile.

Poco alla volta, e tra mille difficoltà, Vincenzo capì che il Signore lo  chiamava ad una missione a tutto campo e, al termine della sua lunga esistenza, fu riconosciuto dalla Chiesa e dalla società del tempo come

 

EVANGELIZZATORE DELLE CAMPAGNE

Per rispondere ai bisogni di evangelizzazione delle campagne, san Vincenzo fondò la congregazione dei Preti della Missione, un gruppo di sacerdoti itineranti dediti completamente ad un forma di annuncio straordinario capace di suscitare un’autentica ripresa cristiana. Si trattava, in parte, di continuare nelle campagne la grande opera dei predicatori del tardo Medio Evo, ma le differenze introdotte da Vincenzo furono notevoli: le missioni avevano un carattere più ecclesiale, in quanto partivano da una missio canonica, erano cioè “inviati” dalla parrocchia, non “invitati” straordinari. Avevano un carattere più sistematico e realizzavano un percorso di evangelizzazione e rinnovamento modellato sugli Esercizi Spirituali ignaziani. Comportavano un riavvicinamento dei singoli fra loro (“le paci”) e con Dio attraverso confessione generale e comunione, ma con una predominante catechistica, per la quale Vincenzo aveva una vera passione. Meta ideale era di portare tutti i cristiani a “vivere santamente”: le Missioni, per Vincenzo, rappresentavano l’opera principale.

L’attività dei primi Missionari fu instancabile. Essi predicarono nei primi sei anni circa 140 missioni: dato che erano solo sette e andavano in missione in gruppi di due o tre, significa che furono impegnati apostolicamente per quasi trecento giorni all’anno. Essi furono i primi che riuscirono a predicare le Missioni secondo le tre caratteristiche volute dal Concilio di Trento: “istruire, convertire, farsi capire”.

Dalle Missioni nascevano poi i Ritiri Spirituali e i gruppi di preghiera come le Cappelle Serotine e le Associazioni dell’Adorazione Perpetua, così che ad un certo punto il Missionario lasciava il posto al parroco e la missione divenne un semplice ministero della pastorale.

 

 FORMATORE del CLERO

Accostando i sacerdoti delle parrocchie rurali, egli si accorse dello stato di ignoranza nel quale versava il clero francese: un giovane di buona volontà giungeva all’ordinazione dopo un sommario apprendistato presso un parroco che ne sapeva poco più di lui. Le conseguenze di tale esigua formazione erano gravi: molti non conoscevano bene le formule dei Sacramenti, c’erano di quelli che si confondevano, per non dire di quelli che celebravano un “riassunto di Messa”. Fino a quel momento, in Francia, il Concilio di Trento sull’apertura dei seminari era rimasto lettera morta. Vincenzo vi pose mano e fondò seminari in molte diocesi della Francia, alla cui direzione pose, provvisoriamente, alcuni sacerdoti della Missione.

Si cominciò con i Ritiri per gli ordinandi della durata di 10 giorni, predicati dai Padri della Missione, prima nella diocesi di Parigi e via via anche in altre diocesi. Per la formazione permanente, si affiancarono poi le Conferenze del Martedì. I Seminari nacquero appunto come prolungamento naturale dei Ritiri.

 

PADRE dei POVERI

Sempre percorrendo le campagne francesi, avvertiva su di sé la responsabilità della tragica situazione delle popolazioni gettate nella disperazione, costrette ad ingrossare il numero di mendicanti e sbandati: “I poveri che non sanno dove andare, né cosa fare, che soffrono e si moltiplicano quotidianamente, sono il mio peso e il mio dolore”.  Di fronte allo stato di estrema necessità di una famiglia povera e abbandonata, Vincenzo ebbe una straordinaria intuizione: chiamò alcune nobildonne a formare un gruppo parrocchiale stabile per il soccorso dei poveri, le Dame della carità. Questo  sodalizio di laici conteneva in sé il germe di due eccezionali novità nell’esercizio della carità cristiana: il movimento laicale vincenziano (Volontariato, Conferenze di san Vincenzo) e la Compagnia delle Figlie della Carità.  Fino a quel momento, nella Chiesa si praticavano solo l’elemosina e la beneficenza: rispettivamente dei singoli e dei nobili.  Ma l’elemosina era sporadica e disorganizzata, affidata alla buona volontà di ciascuno e la beneficenza era un atto di elargizione da parte di ricchi, nobili, aristocratici… Da Vincenzo in poi, nasce la carità: strutturata, organizzata, costante, presente, attenta.

 

INNOVATORE della VITA RELIGIOSA FEMMINILE

Dall’evoluzione comunitaria e organizzata di un gruppo parrocchiale di tipo laicale ai favore dei  poveri,  nacquero in seguito le Figlie della Carità e per la storia della vita religiosa femminile nella Chiesa si trattò di un momento-chiave: dove erano falliti sant’Angela Merici, san Francesco di Sales e altri, riuscirono san Vincenzo e santa Luisa de’ Marillac. Essi realizzarono una vera e propria rifondazione della vita comunitaria femminile, creando un nuovo stile di presenza della donna nella Chiesa e nella società: le Figlie della Carità, riconosciute come l’istituzione più audace del Seicento. Pur nutrendo grande rispetto per i tradizionali conventi di clausura, Vincenzo avvertiva che se le sue Figlie fossero state considerate un nuovo ordine religioso, per loro si sarebbe resa necessaria la grata, indispensabile per salvaguardare le donne prive della protezione del marito. Le Figlie della Carità non erano perciò chiamate alla Professione Solenne (che avrebbe significato per loro l’obbligo della clausura e con essa la fine del servizio presso i poveri), non dovevano indossare una divisa particolare, né vivere in luoghi separati dalla gente comune.        

 Tra i punti chiave della novità vi era anche il rifiuto della presunta legge biologica che riteneva la donna più debole e volubile e incapace quindi di intervento diretto nella vita sociale. Per la prima volta, poi, san Vincenzo, aveva reagito al costume dell’epoca che chiedeva alle famiglie doti molto alte per l’ingresso delle loro figlie in convento. La Figlia della Carità, invece, per comprendere fino in fondo i poveri nei loro bisogni e necessità, doveva essere di origini modeste sia dal punto di vista culturale, sia sociale e, in ogni caso, era chiamata a far proprie le solide virtù di laboriosità, d’allenamento alla fatica, d’obbedienza e di povertà delle giovani contadine, delle “buone figlie dei campi”. Se qualche nobile entrò fra le Figlie della Carità, non assunse posizione privilegiate, ma si conformò allo stile povero dell’Istituto.

Vincenzo è consapevole della novità e diversità della sua istituzione rispetto alle altre istituzioni femminili del tempo: se le Agostiniane servono i malati nell’ospedale parigino dell’ Hôtel Dieu e le Ospedaliere della Carità di Notre-Dame nell’ospedale di Place Royale a Parigi, le Figlie della Carità vanno a cercarli nelle loro case e assistono quelli che sarebbero morti senza soccorso, non osando chiederlo. Assistendo i trovatelli, i forzati, i vecchi,  “i poveri pazzi”, i soldati negli accampamenti, i feriti sui campi di battaglia, compiono un “servizio” che non era svolto da nessun’altra comunità religiosa.

 

FISIONOMIA SPIRITUALE delle FIGLIE della CARITÀ

L'ideale religioso delle Figlie della Carità era richiamato in apertura delle Regole: "Il fine principale per il quale Iddio  vi ha chiamato e riunito è per onorare Nostro Signore Gesù Cristo come la sorgente e il modello d'ogni carità, servendolo corporalmente e spiritualmente nella persona dei poveri, siano infermi, carcerati o altri che per vergogna non ardiscano far manifeste le loro necessità". Attorno all'identificazione di Gesù Cristo nella persona dei poveri erano costruite le Regole comuni e le Regole particolari per le suore delle parrocchie, dei villaggi,  per le suore insegnanti e per le suore degli ospedali e delle carceri, in un insieme di norme dettagliato ed insieme ricco d'umanità, che rispondesse alla molteplicità dei servizi e alla vastità delle richieste. Al primo posto c'erano i poveri, "da servire con molta dolcezza e cordialità, compatendo i loro mali, ascoltando i loro lamenti come una buona madre deve fare, perché le Figlie della Carità sono destinate a rappresentare la bontà di Dio verso i poveri. Essi rappresentano la persona di Nostro Signore, il quale ha detto: «Quello che farete al più piccolo dei miei, lo considererò come fatto a me stesso»".  Il servizio ai poveri era dunque prioritario, tanto da prevedere molti casi in cui le  Figlie della Carità avrebbero dovuto lasciare le pratiche spirituali previste dalle Regole per soccorrere  gli indigenti.

Per questo, le Vincenziane furono chiamate a re-interpretare  tutti gli elementi classici della vita religiosa (vita comune, castità, obbedienza, povertà, spazi di preghiera e di silenzio, lontananza dalla mondanità) in forma assolutamente nuova e rispondente alle necessità dei tempi. Ricerca del volto di Dio, vita comune, obbedienza, castità, povertà, non si esauriscono in se stessi, ma costituiscono la sostanza di una fattiva presenza di evangelizzazione e di carità fra gli uomini: l’esperienza evangelica, dunque, si realizza tanto nella solitudine del chiostro quanto nel servizio al prossimo.

Vincenzo de’ Paoli dovette fare tutti gli sforzi possibili per convincere le autorità della Chiesa che nel caso delle Figlie della Carità non si trattava di monache, ma di giovani unite in comunità, libere d’andare e venire per le strade della città, d’entrare nelle case dei poveri, negli ospizi, nelle prigioni. Esse divennero, pertanto, il modello delle nuove comunità religiose femminili di tipo caritativo: le suore non indossavano alcun abito particolare, vivevano in abitazione chiamate “case” e non conventi; la loro preparazione alla vita religiosa si chiamava “seminario” e non noviziato e i voti emessi erano temporanei: valevano quindi, solo per il tempo di permanenza nella Compagnia. 

 Il loro servizio ai poveri  assunse subito ampiezze e attenzioni impensabili, in un’epoca che sperimentava la paura dei poveri e l’indifferenza, quando non il rifiuto dell’infanzia.

 Vincenzo chiama i poveri “nostri padroni e signori”: e il signore nel Seicento era circondato da un’aurea sacrale, che esige rispetto e venerazione: si tratta, per Vincenzo, di capovolgere la scala dei valori per cui gli ultimi diventi i primi, “i signori e padroni” ai quali si deve rispetto e devozione. La sua fu una prospettiva spirituale immersa nella storia, fondata sul solide virtù, diffidente verso i sentimentalismi  religiosi e rifuggente dal gusto per i fenomeni mistici eccezionali che significano ripiegamento su se stessi e fuga nel privato, così in voga in quel tempo: “In questo riconoscerete se siete vere Figlie della Carità — ricordava spesso alle sue suore—senza alcuna ambizione né presunzione: se non vi stimerete più di quello che siete, né più delle altre, sia fisicamente sia moralmente, sia per la famiglia o per le ricchezze, e neppure per la virtù, perché questa sarebbe l’ambizione più pericolosa” (Conf. 5 genn 1643).

In un celebre paragrafo della Regola delle Figlie di san Vincenzo è riassunto quanto poi divenne patrimonio anche della comunità fondata da  Jeanne-Antide.  Nella sua Regola del 1802 ritroviamo riportate queste stesse parole, quando vi traccia l’identità delle Suore della Carità di Besançon:

 

“Non avendo ordinariamente

per monasteri che le case dei malati;

per celle, case in affitto;

per cappella, la chiesa parrocchiale;

per chiostro, le vie della città e le corsie d’ospedale;

per clausura, l’obbedienza;

per grata, il timor di Dio,

e per velo, la santa modestia,

devono, in forza di questo,

condurre una vita altrettanto religiosa

come se fossero professe in un ordine religioso”.

 

La tradizionale esperienza claustrale, fondata sull'isolamento dal mondo, perse così il suo carattere esclusivo di culmine dello "stato di perfezione" nella convinzione - continuamente ribadita  nelle sue celebri Conferenze e nei suoi scritti - che contemplazione, vita comune, impegno ascetico, non s'esaurivano in se stessi, ma costituivano la premessa per un’efficace azione tra gli uomini. Uno dei principali frutti di questa nuova visione apostolica, la Regola delle Figlie della Carità,  con il suo tipico profilo spirituale e la sua apertura sul mondo dei poveri, rappresentò di conseguenza un modello-guida per molti altri tipi di comunità religiose che, in seguito, s'ispirarono alla tradizione "vincenziana".

 

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Dal Libro della Vita

Santa Giovanna Antida Thouret

IL CORAGGIO DELLA CARITÀ

Nella famiglia Thouret, dove ci sono già tre figli maschi, Jeanne-Antide viene alla luce il 27 novembre 1765 a Sancey-Le-Long, un paese della Franca Contea, in Francia, ed è battezzata lo stesso giorno.

1765 LA PRIMA FIGLIA

Le viene dato il nome della madrina.

Gli anni della sua infanzia e giovinezza trascorrono all’insegna della normalità, ma si rivelano determinanti per il suo futuro: vive in una famiglia numerosa dove i valori umani e cristiani sono prioritari, una famiglia provata dalla sofferenza a causa della lunga malattia della madre e dei rapporti tesi e spesso conflittuali per la presenza in casa di una sorella del padre, non sposata e dal carattere difficile.

A 16 anni, Jeanne-Antide perde la mamma ed eccola madre della numerosa famiglia, alle prese con una zia che contesta le responsabilità affidatele dal padre.

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Santa Giovanna Antida Thouret

La sua testimonianza spirituale

Dio Solo - La Chiesa - I poveri

Jeanne-Antide era una donna dal carattere forte, fin da giovane abituata all'esercizio della responsabilità prima in casa, poi nelle scelte della sua vita.

Novizia e giovane suora, non defletté mai dall'orientamento fondamentale, non fu mai accomodante nella sua vita religiosa.

Nelle scelte drammatiche della Rivoluzione ebbe un senso della Chiesa vivissimo: nel paese natale affrontò a viso aperto i rappresentanti della Rivoluzione.

Esule con i Solitari del p. Receveur, seppe allontanarsi e affrontare un durissimo viaggio in un paese straniero, sostenuta solo dalla sua fede e dalla sua determinazione.

Fin dall'origine della sua comunità dovette operare scelte difficilicui mai intese sottrarsi. In tutta la sua vita dimostrò intelligenza, larghezza di vedute, forte sensibilità, ma anche un maturo senso materno.

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La sua testimonianza spirituale

San Vincenzo de' Paoli

LA SCUOLA DELLA VITA 

Terzo dei sei figli di Jean e Bertrande de Moras, Vincenzo nasce nell'aprile del 1581 a Pouy, un villaggio vicino Dax, nelle Lande della Guascogna, nel sud-ovest della Francia. 

Le origini contadine del ragazzo lo portarono ben presto a doversi occupare dei porci e delle greggi della famiglia, fino a quando, accortisi delle sue capacità intellettive, i genitori decisero di farlo studiare affidandolo, nel 1595, ai francescani del vicino convento di Dax.

Vincenzo studiò dai francescani solo pochi mesi perché, forse su raccomandazione dei frati, si guadagnò l'insperato interesse di un protettore,il signor de Comet, avvocato di Dax e giudice di Pouy che lo accolse in casa come precettore dei suoi figli e lo convinse ad intraprendere gli studi ecclesiastici.

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San Vincenzo de' Paoli

Il suo profilo apostolico

Evangelizzatore della campagne

Formatore del clero

Padre dei poveri

Innovatore della vita religiosa femminile 

 

Quando Vincenzo de’ Paoli si affacciò alla vita (1581-1660), era uno dei tanti contadini del suo tempo. Non aveva sangue blu nelle vene, la sua era una cultura che non gli permetteva di scrivere grandi opere, ogni carriera gli era preclusa.

Eppure, mentre tanti si domandavano il perché delle cose, egli capovolse i valori vigenti, chiedendosi: “Perché no?” Perché non si può cambiare, innovare, migliorare?

Fu questa la sua domanda e la missione, il carisma della carità furono la sua risposta coraggiosa a questa domanda.

Con la sua azione e la sua sensibilità cambiò il modo di sentire le cose, tanto che dopo di lui la Chiesa il mondo non furono più gli stessi. Inventò un nuovo ruolo della donna, mise al centro della vita l’uomo con i suoi bisogni e le sue speranze. Non inventò la carità, ma la scoprì in seno alla Chiesa e la collocò ai vertici dell’interesse del mondo.

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Il suo profilo apostolico

Santa Agostina Pietrantoni

PATRONA degli INFERMIERI d'ITALIA

Una suora pronta, umile, ilare

 

Il più antico ospedale di Roma, il Santo Spirito, si trova a pochi passi dal Vaticano.

A pochi passi dal luogo dove furono giustiziati i primi martiri cristiani e lo stesso san Pietro. Tra queste mura sono passati grandi santi, per visitare e confortare gli ammalati: Filippo Neri, Carlo Borromeo, Giuseppe Calasanzio, Vincenzo Pallotti, Giovanni Bosco.

E qui ha trovato la morte, e la gloria, una serva dei poveri, che il 18 aprile 1999 il Papa Giovanni Paolo II ha elevato all’onore degli altari e che la Conferenza Episcopale Italiana ha dichiarato Patrona degli Infermieri d’Italia, il 20 maggio 2003.

Suor Agostina, al secolo Livia Pietrantoni, fu uccisa al Santo Spirito il mattino del 13 novembre 1894 da un malato di tubercolosi, Giuseppe Romanelli.

Un episodio tragicamente casuale, all’apparenza. Il gesto di uno squilibrato, si direbbe. Ma per il popolo di Roma, che sa riconoscere i santi, non fu così, fin da subito.

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Santa Agostina Pietrantoni

La sua spiritualità

PER GESÙ, TUTTO È POCO

Il profilo biografico di Suor Agostina Pietrantoni, una giovane donna umile, mite, ilare, ci offre l'occasione di conoscere questa Suora della Carità che, nella semplicità della sua vita quotidiana, ci ripropone in tutta la sua forza il perenne messaggio evangelico di Gesù: "Amatevi come io vi amo".

La vita di Suor Agostina si svolge come una liturgia: due tempi “ordinari” un tempo “forte”.

Il primo tempo “ordinario” è quello della sua esistenza di ragazza di paese: semplice, modesta, laboriosa, cristiana fedele. Come tante sue amiche. Eppure più delle altre creava intorno a sé serenità, sicurezza, luce di bontà. Tutti lo avvertivano.

Il secondo tempo ordinario è rappresentato dagli otto anni di vita religiosa:

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La sua spiritualità

Beata Nemesia Valle

“…IL CUORE DI SUOR NEMESIA!”

Giulia Valle nasce ad Aosta il 26 giugno 1847, donando tanta felicità a una coppia giovane e benestante di Donnas che aveva già perso prematuramente i due figli precedenti.

Anselmo Valle e Maria Cristina Dalbard, suoi genitori, la conducono al fonte battesimale il 26 giugno 1847, presso l'antica collegiata di Sant' Orso e la chiamano Maddalena, Teresa, Giulia.

Segue la nascita di Vincenzo. La sua infanzia trascorre serena, tra il lavoro di modista della mamma e i viaggi e i commerci del padre.

Animata da un profondo senso religioso, Maria Cristina Dalbard ispira ai due figli, accanto ad una visione serena della vita, anche un’autentica apertura verso gli altri e un’indole generosa che orientano il temperamento particolarmente vivace e luminoso e la naturale curiosità della piccola Giulia.

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Beata Nemesia Valle

Il suo itinerario spirituale

GUIDA E DIRETTRICE SPIRITUALE

ESPERTA DI UMANITÀ

 

Tratteggiare il profilo spirituale di suor Nemesia non è facile: il suo volto esprimeva calma, pace, infondeva serenità, anche quando il suo animo era in subbuglio.

E tutta la sua esistenza non fu che la somma di tante cose normali, occupazioni ordinarie, faccende comuni, compiti per nulla esaltanti. Sbaglierebbe chi cercasse nella vita dell’umile suora valdostana eventi straordinari, fatti e vicende che attestano un cammino religioso condotto all’insegna dell’eccezionalità.

La testimonianza spirituale di suor Nemesia si sviluppa, viceversa, nell’ordinario, privilegia la dimensione della quotidianità.

La sua vita è un forte messaggio di umiltà e di carità: la sua fedeltà al carisma, la dedizione alle novizie e alle consorelle vanno intimamente legate al suo amore per la Chiesa, che si manifesta nel suo ardente spirito missionario e nella sua generosa e lieta disponibilità a servire tutti nella Chiesa.

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Il suo itinerario spirituale

Beata Enrichetta Alfieri

BEATA ENRICHETTA ALFIERI

“La Mamma" di San Vittore

una donna per la vita, la libertà e la carità

Per i detenuti milanesi e i loro familiari era “l’angelo di San Vittore”. Ma all’impegno in carcere suor Enrica Alfieri c’era arrivata per caso, o meglio, per provvidenza.

Poiché, in realtà, la sua vocazione era la missione educativa nell’asilo infantile curato a Vercelli dalle Suore della carità di santa Giovanna Antida Thouret, fra le quali era entrata nel 1911, a vent’anni di età.

Era, infatti, nata a Borgo Vercelli il 23 febbraio 1891.

A soli 28 anni si ritrovò ammalata del morbo di Pott e fu costretta a lasciare la scuola.

Per quattro anni restò immobile a letto, soffrendo «con dignità, amore, dolcezza e fortezza», come scriveva alle consorelle.

Da un viaggio a Lourdes riportò a casa una bottiglia di acqua benedetta, che iniziò a bere quotidianamente con fiducia.

E il 25 febbraio 1923, dopo aver invocato la Madonna, sentì l’ordine: «Alzati».

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Beata Enrichetta Alfieri

Il suo profilo spirituale

“Soffrirò, lavorerò e pregherò per attirare anime a Gesù” 

Suor Enrichetta è una figura che interpella non solo le Suore della Carità, ma ogni donna, ogni cristiano   impegnato anche civilmente e politicamente.

Ha saputo essere donna e religiosa, in termini intelligenti e propositivi, assumendo anche responsabilità civili, oltre che religiose, ponendosi in dialogo con la differenza.

In suor Enrichetta emerge una personalità ricca di doti sul piano umano e cristiano

In particolare:

  • una intelligenza vivace ed intuitiva, come è dimostrato dal curricolo dei suoi studi, dalla sua capacità di assolvere con creatività e competenza i compiti a lei assegnati dai Superiori, dalla abilità con cui sa impostare e portare felicemente a termine le molteplici pratiche amministrative e legali relative alla sua funzione direttiva della Sezione Femminile del Carcere San Vittore; come è ancora dimostrato dalla qualità del suo epistolario e dagli scritti vari, i quali, pur nella loro occasionalità, rivelano sensibilità, intuizione e profondità di pensiero;

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Il suo profilo spirituale